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Il mio Ivan Graziani

Giovanni Petta e Ivan Graziani

 

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Giovanni Petta - Musica

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Giovanni Petta, disegno 1973

15 agosto 2012

Non so per quale strano motivo mi viene da ricordare Ivan Graziani in questo Ferragosto strano della mia vita.

Fino ai 14 anni non sapevo niente di lui se non per aver ascoltato qualche eco di "Paolina", "Lugano addio" e "Agnese" nel juke-box del bar dello Sport del mio paese.

L'incontro vero, quello che mi segnò, fu invece televisivo. Lo vidi, in uno dei primi televisori a colori, con i suoi occhiali rossi ad un Festivalbar, penso chefosse all'Arena di Verona. Era seduto - chissà se il ricordo è reale - su una sedia e, con una chitarra elettrica sulle gambe, cantava "Firenze" che come sottotitolo aveva "Canzone triste".

Non avevo ancora compiuto 15 anni, era il 1980, e fu una folgorazione. Non conoscevo ancora Elvis o le altre possibilità di fare canzoni lente pur essendo fondamentalmente rock. Mi stupì questa sua capacità di entrare in mondi lirici, fortemente interiori, pur nella auto-definizione di rockettaro di provincia.

Comprai il suo disco, allora si chiamavano Lp. Era "Viaggi e intemperie", un album di straordinaria bellezza che, trasferito in musicassetta, consumai in un viaggio di sei giorni in pullmann con i miei 26 amici "Ragazzi Nuovi". Tutti vollero ascoltarlo e tutti si innamorarono di lui in quel viaggio siciliano che facevamo alla fine e con i proventi di una tournée musical-bandistica.

Seguii Ivan Graziani negli anni successivi. Comprai "Seni e Coseni", "Canzoni senza inganni", "Parla tu" e continuai ad averlo come punto di riferimento della mia vita. Intanto, finito il liceo, mi iscrissi a ingegneria, senza alcuna convinzione e mi trasferii a Roma.

Lo vidi per la prima volta in concerto a Vairano Patenora. Nessuno volle accompagnarmi, nonostante le mie insistenze. Così partii in autostop con il mio amico Benny che voleva sentire Venditti (i due suonavano a Vairano uno dopo l'altro). Mi emozionai molto e non mi resi conto delle difficoltà del ritorno a casa. Fu un camionista a darci un passaggio e tornammo a casa verso le tre del mattino.

Un altro concerto memorabile fu quello a Guardia Vomano, in provincia di Teramo. Ci andai con i miei amici Pitoff e Slurp (forse c'era anche Antonio Valente). Incontrammo delle ragazze a Pescara e poi andammo a sentire Ivan.

Qualche mese dopo, con Cico e Roberto, andai al teatro tenda di Roccavivara per un concerto che registrammo con un'attrezzatura di fortuna. La registrazione venne benissimo e penso che Cico la conservi ancora.

Poi partii per Roma. All'università, nelle aule di ingegneria, mi presentai con i miei occhiali rossi alla Ivan Graziani(erano occhiali da vista con lenti graduate montate sulla montatura colorata) e non passavo certo inosservato.

Fu forse nell'estate successiva al mio primo anno da universitario che conobbi di persona Ivan Graziani. Avvenne a Fornelli. Suonava nella parte bassa del paese, nello spazio del distributore di carburanti che ancora c'è. Arrivai nel pomeriggio con i miei amici per assistere alle prove dei suoni e per vedere che tipo di strumentazione utilizzasse. Bevemmo molte lattine di birra e verso le otto di sera i miei amici si allontanarono da me per rifocillarsi in un bar e presso uno stand gastronomico. Mi accasciai stanco e un po' brillo accanto a una delle pompe del distributore e lì mi godevo l'attesa del concerto.

Una donna si avvicinò e mi chiese il perché del mio indossare occhiali tanto vistosi. Ero lì lì per rispondere male quando la signora mi disse "Non arrabbiarti, te lo chiedo perché anche mio marito porta occhiali come i tuoi, dello stesso colore!"

Capii che era la moglie di Ivan e mi feci guidare, lei mi chiese di seguirla. Entrai in una stanza, nella casa che dà sul distributore. Ivan cenava lì, era a capotavola, con accanto quelli che avevo già imparato a conoscere come i suoi inseparabili musicisti (Beppe al basso e Pasqualino alla batteria). Mi vide sulla porta e mi fermò con lo sguardo. Ci osservammo da lontano, con i nostri occhiali rossi sul naso. "Siediti e parlami di te - mi disse - io devo cantare, posso solo ascoltarti". Mentre loro cenavano, io raccontai della mia vita. Aiutato dall'alcol che avevo ingurgitato per tutto il pomeriggio con i miei amici, raccontati dei miei amori burrascosi e del desiderio di abbandonare la facoltà di ingegneria.

Ivan mi ascoltò e mi disse che avrebbe voluto vedermi con calma. Mi lasciò il suo numero di telefono (quella della sua casa di Novafeltria, a quei tempi non c'erano ancora i telefonini) e mi invitò a chiamarlo per poi incontrarci. Ci abbracciammo e lui si diresse verso il palco. Io tornai tra i miei amici ma non dissi nulla perché non volevo essere preso per un mitomane e perché pensavo che nessuno mi avrebbe creduto.

Durante il concerto, continuai ad emozionarmi per le canzoni che conoscevo a memoria e per l'incontro che avevo avuto mezz'ora prima. Ma quando Ivan presentò "Doctor Jackill & Mister Hide" ci fu l'apoteosi. "C'è chi di giorno fa l'impiegata e di notte la prostituta - disse Ivan al microfono -, c'è chi giorno fa il medico della mutua e di notte fa il mostro di Firenze, c'è chi di giorno studia ingegneria e di notte scrive poesie. Dedico questa canzone al mio amico Giovanni che è qui sotto il palco". Quando i miei amici sentirono quelle parole, si volsero tutti verso di me. L'alcol faceva il suo effetto-down e io non avevo la forza di reagire. Mi presero e mi buttarono sul palco. Io caddi a terra, disteso ai piedi di Ivan che mi schitarrava addosso le prime note di "Doctor Jackill & Mister Hide". Il pubblico pensava che fosse tutto preparato: Ivan con gli occhiali rossi che schitarrava, io con gli occhiali rossi supino sulle tavole del palco... Lì rimasi finché qualcuno mi prese e mi buttò di sotto.

Alla fine del concerto, raccontai tutto ai miei amici e tenni ben stretto il biglietto con il numero telefonico 0541-921***.

Qualche giorno dopo lo chiamai e cominciò così un'amicizia bellissima. Quando lui non era in casa, Anna (sua moglie) mi aggiornava su spostamenti e impegni. Io, intanto, mi trasferivo a Siena, mi iscrivevo a Lettere e vincevo una borsa di studio per frequentare la scuola di Mogol.

Ci siamo rivisti molte volte (a Teramo, ero con Lino Rufo), a Empoli (ero con Carlo Fantini e Ivan suonava alla festa dell'Unità. Cenammo con lui), in provincia di Avellino, a Isernia.

A Novafeltria andai a trovarlo con Claudia. Passammo con lui un pomeriggio intero e la chiacchierata divenne un'intervista dal titolo "Il rock è nato in Abruzzo", pubblicata da Sabino d'Acunto su "Meridiano 2".

Non mi va di parlare degli ultimi anni, quelli della malattia e della scarsa frequentazione. Dico solo che ricordo ancora a memoria tutte le sue canzoni, che mi emoziono ancora quando sento "Firenze" o "Dada" o "Paolina". Che ricordo tutto dei tanti suoi concerti che ho visto, le cose che diceva prima di "E sei così bella" sulle donne che "credono di tenerla tagliata di così (orizzontale, ndr) invece che così (verticale, ndr)", persino i suoi passaggi radiofonici e televisivi e quelli sanremesi con "Franca ti amo" ("Sanremo è come il servizio militare - diceva- almeno una volta bisogna farlo") e la splendida "Maledette malelingue" che ho cantato per un'estate intera aprendo i concerti di Flavia Fortunato.

Ricordo le sue scarpe, la sua voce, il suo modo di camminare. Era un mito diventato amico, un amico che rimaneva mito e che ancora oggi presenzia alle mie giornate, alla mia voglia di vita e alle mie malinconie.


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